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Segnalo una bella intervista all’ingegner Mauro Palitto padre del motore che si spegne nelle soste ovvero il sistema start&stop.

Di seguito il passaggio cruciale dell’intervista e mio relativo commento:

Come fu l’accoglienza del pubblico?
La Fiat Regata ES non fu un successo, ne furono prodotte circa 5.000. La stessa rete commerciale non fu spinta alla sua diffusione. Il dispositivo start/stop creava ansia nell’utenza: al semaforo o ad un incrocio, si temeva che il motore potesse non ripartire. Timore ingiustificato perché lo start/stop della Regata ES funzionava benissimo. Probabilmente il mercato non era pronto per questa innovazione, che fu apprezzata solo in Svizzera, dove già all’epoca sui semafori cittadini figuravano dei cartelli che invitavano a spegnere il motore in caso di previsione di sosta prolungata. Testai personalmente le modalità di vendita della nostra rete. Mi presentai con una Ritmo ad un concessionario, chiedendo informazioni per l’acquisto di una Regata. L’addetto alle vendite mi fornì molte informazioni su tutte le versioni, ma non mi propose la versione ES. A quel punto chiesi: “ma non c’è anche una Regata che spegne il motore ai semafori?” La risposta fu “sì, ma quel dispositivo si può escludere semplicemente, premendo l’apposito tasto sulla plancia!”

Mio commento:

Bellissima intervista

Il seguente passaggio è eloquente, non è la FIAT ad essere ”indietro” ma l’Italia e gli Italiani.Adesso c’è l’auto elettrica e vi dico un segreto (oddio il segreto di pulcinella) la Fiat ha pronto un motore elettrico minuscolo che può essere impiantato nel cambio roba da rompere le reni (neologismo che sa tanto di ventennio) a concorrenza cinese, giappo e coreana per i prossimi dieci anni.

tozzo di pane basilicata

Niente nucleare? Petrolio dalla Basilicata

Il ministro Paolo Romani punta sul greggio made in Italy.

l governo italiano punta sul petrolio della Basilicata. «Per rispondere alla sfida energetica posta dalla crisi libica e da Fukushima il governo si attende un significativo contributo dalle produzioni nazionali di idrocarburi già a partire da quest’anno». Lo ha dichiarato il ministro dello sviluppo economico, Paolo Romani, all’assemblea dell’Unione petrolifera. Romani ha citato in particolare gli «sviluppi attesi in Basilicata, dove la produzione aumenterà di oltre 90 mila barili al giorno»

In arrivo il Bonus Benzina per i lucani

I residenti della Regione Basilicata maggiorenni e con patente di guida riceveranno una carta prepagata per l’acquisto di carburante.

Con i decreti interministeriali del 12 novembre 2010 e del 21 febbraio 2011 si è, infatti, data attuazione all’articolo 45 della legge 99/09 che prevede un’aliquota di prodotto aggiuntiva del 3% sulla produzione di idrocarburi da destinare ai residenti nelle Regioni interessate.
La carta prepagata è erogata dal Ministero dello Sviluppo Economico e dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per l’acquisto di carburante presso i distributori abilitati.

A chi è destinato
Per gli importi versati nel 2010, relativi alla produzione di idrocarburi nell’anno 2009, la Regione alla quale viene destinato il “Bonus Idrocarburi” è la Basilicata, il cui giacimento della Val d’Agri è il più grande d’Europa su terraferma, e rappresenta per l’Italia oltre l’80% della produzione nazionale di greggio (circa il 6% del fabbisogno energetico nazionale).
I requisiti del beneficiario (posseduti al 31 dicembre 2010) sono:

•    maggiore età
•    patente di giuda (tutte le categorie)
•    residenza nella Regione Basilicata

Come richiederlo

Si può richiedere la carta presso gli uffici postali dal 4 luglio 2011 al 10 settembre 2011. Sul sito internet di Poste Italiane sono disponibili tutte le informazioni sulle modalità di richiesta e di utilizzo della carta prepagata e la relativa modulistica. Ulteriori informazioni sono reperibili anche sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico.

(Fonte MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO –

90 euro di carburante a testa e tutti felici…

ENERGIA: SAGLIA, BASILICATA STRATEGICA CON SVILUPPO ESTRAZIONE IDROCARBURI

Roma, 3 marzo 2011. “La Regione  Basilicata può rappresentare il nodo centrale del sistema dell’energia per il Mezzogiorno e svolgere un ruolo rilevante per l’intero Paese. Per questo il Governo e la Regione stanno lavorando a un programma per lo sviluppo sostenibile, l’innovazione della ricerca e la coltivazione delle risorse energetiche del territorio”. È quanto afferma Stefano Saglia, sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico, a commento dell’incontro di oggi a Matera per la Prima Conferenza Petrolio e Ambiente della Basilicata.

Nel corso della conferenza verranno valutate da Stato e Regione Basilicata le condizioni per consentire al territorio lucano, nell’ambito del Piano per il Sud, la realizzazione di un ampio programma infrastrutturale e occupazionale che stabilizzi nel tempo i benefici economici che derivano dalle estrazioni petrolifere.

“Le risorse energetiche italiane presenti nel sottosuolo lucano e la loro corretta valorizzazione – spiega il sottosegretario – sono un fattore di ricchezza e di competitività per il nostro Paese. Esse possono fornire fino al 10% del fabbisogno energetico nazionale. Il territorio della Basilicata è in grado di offrire una produzione di più di 150 mila barili al giorno. È come se ogni due giorni attraccasse in Italia una petroliera carica”.

I due grandi giacimenti presenti in Basilicata sono ubicati rispettivamente in Val d’Agri e l’altro (in produzione dal 2015) a Tempa Rossa. Il giacimento in Val d’Agri è il più grande giacimento petrolifero dell’Europa continentale, porta all’Italia oltre l’80% della produzione nazionale di greggio e copre per circa il 6% il fabbisogno nazionale. La Regione offre inoltre ulteriori e importanti potenzialità di sviluppo.

Dal 2015 il giacimento Tempa Rossa dovrebbe portare un incremento del 40% della produzione petrolifera nazionale, la riduzione della dipendenza estera per l’approvvigionamento energetico e un importante contributo alla bilancia nazionale dei pagamenti.

Romeo Tramontano

________________________________________________

Addetto Stampa del Sottosegretario di Stato Stefano Saglia

Ministero dello Sviluppo Economico

Via Molise, 2

00187 Roma

Per ulteriori info:

Parte dalla Basilicata la spinta del Governo verso la valorizzazione delle risorse energetiche nazionali di petrolio e gas per ottimizzare gli approvvigionamenti del Paese. Una scelta imposta dagli «eventi drammatici che stanno interessando i Paesi del Nord Africa», ha ribadito il sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, intervenendo ieri a Potenza, per la firma del memorandum di intesa Stato-Regione Basilicata per accelerare e raddoppiare le estrazioni petrolifere di Eni e Total.

Interrompo il mio silenzio dovuto a motivi personali e pessimismo cosmico nei confronti del genere umano per infrangere svariati copyright e fare il seguente copia-incolla:

Nucleare, Mario Tozzi: “La politica
farebbe meglio a stare zitta”

Duro attacco del geologo alle reazioni della maggioranza di governo di fronte alla minaccia atomica proveniente dal Giappone distrutto dal terremoto

“Sono degli irresponsabili. Parlassero di meno e studiassero di più”. Mario Tozzi, maître à penser e mezzobusto televisivo dell’ambientalismo italiano, non usa mezzi termini nel commentare le reazioni di casa nostra al terremoto giapponese e alla minaccia di disastro nucleare. Le dichiarazioni dei vari Fabrizio Cicchitto e Pierferdinando Casini, a Tozzi non sono proprio piaciute. E’ un fiume in piena: “C’è da rimanere allibiti. Questi politici fanno finta di esser dei teorici di fisica nucleare. Non hanno nemmeno la decenza di usare la cautela che in situazioni come questa dovrebbe essere d’obbligo”.

Non parlate a Tozzi poi dell’editoriale di oggi del Messaggero a firma di Oscar Giannino. Un articolo che ha scalato la classifica delle dichiarazioni al buio che poi sono state clamorosamente smentite. Il giornalista scriveva che quanto accaduto in Giappone era “la prova del nove” della sicurezza dell’energia prodotta dall’atomo. “Che figura miserrima quella di Giannino – attacca Tozzi – Ma a una cosa è servita: a smascherare l’abitudine italiana di salire in cattedra e di parlare di cose che non si conoscono”.

Di fronte alla minaccia di un disastro nucleare, la parola d’ordine della lobby nucleare nostrana è minimizzare. “Anche l’incubo che sta vivendo il Giappone in queste ore con il danneggiamento di un reattore – continua il giornalista – in Italia viene declinato a mero strumento di propaganda politica e ideologica. Difendono l’atomo solo perché non possono tornare indietro”.

Secondo il conduttore di “Gaia, il pianeta che vive” (che tornerà in onda su Rai Tre a partire dal 31 marzo) le bugie più macroscopiche della lobby pro-atomo sono due: la sicurezza e l’economicità di questa fonte di energia. Che  la tragedia giapponese le sta drammaticamente mettendo a nudo.

“Le centrali nucleari giapponesi – spiega Tozzi – sono state costruite per sopportare un terremoto di 8,5 gradi della scala Richter. Poi cos’è successo? E’ arrivato un sisma di 8,9 e le strutture non hanno retto”. Le centrali italiane saranno costruite per resistere a delle scosse di circa 7,1 gradi, ma, come sostiene Tozzi, “chi ci assicura che un giorno non arriverà un sisma più potente?”. Nessuno, appunto. Perché i terremoti sono fenomeni che non si possono prevedere. Inoltre il disastro giapponese è avvenuto nel paese tecnologicamente più avanzato del mondo. A Tokio infatti è radicata una seria cultura del rischio che è frutto di una profonda conoscenza di questi fenomeni. “Con quale faccia di tolla i vari Cicchitto ci vengono a vendere l’idea che in Italia, in caso di terremoto, le cose possano andare meglio che in Giappone? Il terremoto dell’Aquila se si fosse verificato in Giappone non avrebbe provocato neanche la caduta di un cornicione. Da noi ha causato 300 morti. Chi può credere alle farneticazioni sulla sicurezza del nucleare italiano?”, chiede sarcasticamente Tozzi. E’ vero che l’incidente nucleare è più raro, ma è altrettanto vero che è mille volte più pericoloso. E il caso giapponese, secondo Tozzi, è da manuale: “Se a una centrale gli si rompe il sistema di raffreddamento diventa esattamente come un’enorme bomba atomica. Forse è questa la prova del nove di cui parla Giannino”.

E poi c’è la questione della presunta economicità dell’energia prodotta dall’atomo. “I vari politici e presunti esperti – argomenta Tozzi – si riempono la bocca dicendo che il kilowattora prodotto dall’atomo è più economico di quello prodotto dalle altre fonti. Ma non è vero. Noi sapremo quanto costa realmente solo quando avremo reso inattivo il primo chilogrammo di scorie radioattive prodotto dalle centrali. E cioè fra 30mila anni”. Secondo il giornalista, la lobby che vuole il ritorno del nucleare propaganda la sua convenienza economica senza tenere conto dell’esternalità, e cioè dei costi aggiuntivi che ne fanno lievitare il prezzo. Che vanno dallo smaltimento delle scorie (problema che nessun paese al mondo ha ancora risolto definitivamente) ai costi sociali ed economici di un eventuale incidente. “Sono soldi che i nuclearisti non conteggiano – dice Tozzi – perché sono costi che ricadranno sui cittadini e sulle generazioni future”.

Il 12 giugno è in programma un referendum che, fra le altre cose, chiede l’abrogazione del ritorno all’atomo dell’Italia. Il rimando a quanto successe a Chernobyl nel 1987, alle grandi mobilitazioni antinucleariste fino al referendum che sancì l’abbandono dell’energia nucleare è quasi d’obbligo. Ma a Mario Tozzi il paragone non convince: “Veniamo da 25 anni di addormentamento delle coscienze. Oggi abbiamo gente come Chicco Testa e Umberto Veronesi che fanno i finti esperti e spot ingannevoli che traviano l’opinione pubblica”. Insomma, il legame fra l’incidente che scosse le coscienze e il voto popolare che funzionò nel 1987, oggi potrebbe fallire. Ma il 12 giugno non si voterà solo per dire no all’atomo. I cittadini saranno chiamati anche ad esprimersi contro la privatizzazione delle risorse idriche e contro la legge sul legittimo impedimento. Temi che, affianco al no all’atomo, potrebbero convincere i cittadini ad andare alle urne. E consentire alla tornata referendaria di raggiungere il quorum.

di Lorenzo Galeazzi e Federico Mello

via network games

L’antropentropia

Riporto e condivido totalmente:

I più bravi in termodinamica sanno che l’entropia è una funzione di stato del sistema che misura il grado di disordine del sistema stesso. Sempre secondo la termodinamica l’entropia totale dell’universo è in continuo aumento, cioè il disordine cresce sempre.
Analogamente (il termine richiama quindi il disordine provocato dalla presenza umana) possiamo definire l’antropentropia in modo molto semplice come:

A = S * N

dove S è la superficie umana e N il numero di uomini.
S è la superficie che compete a ogni uomo come suo
spazio vitale e che ha sottratto alla natura: la casa dove abita, le strade, le strutture (luoghi di lavoro, luoghi ricreativi, scuole, ospedali ecc.). Si tratta della quota individuale che abbiamo tolto alla Terra. Tale quota cresce continuamente con il progresso. L’ipotesi del cemento si basa su di essa: se ognuno di noi avesse a disposizione un terreno di SOLI (incredibile, ma vero!) settanta metri per settanta, ogni metro della penisola sarebbe urbanizzato.
Se nel Terzo Mondo si vive ancora in dieci in una capanna di 30 mq, oggi il sogno di ognuno di noi è di espandersi. Parlo spesso con ambientalisti che hanno una b
ella e ampia villa. Ebbene, costoro non si rendono conto che se ognuno di noi (aspirazione legittima) portasse via alla natura la fetta che loro hanno preso, della natura resterebbe ben poco. Ovvio che con il progresso sociale, se non cambia la sensibilità sull’antropentropia, S continuerà ad aumentare.
Purtroppo anche N continua ad aumentare, in maniera veramente impressionante, soprattutto perché nessun governo è interessato a una politica di controllo demografico.
In sostanza

dalla preistoria l’antropentropia continua ad aumentare


quindi:

che senso ha preoccuparsi di salvare una pianta, una specie animale, quando un banale calcolo dell’aumento dell’antropentropia ci dice che fra X secoli la natura sarà estinta?

L’ambientalista che non si fa carico di rispondere a questa domanda, fa spallucce ed è contento di fare quello che si può, tanto fra X secoli lui non ci sarà più (se non risponde concretamente alla domanda questa è la motivazione inconscia del suo falso attivismo), non può poi indignarsi se si sente rispondere: ma che mi importa se fra 50 anni l’effetto serra farà disastri, fra 50 anni io non ci sarò più!
Che i secoli siano uno, due o dieci il discorso non cambia:

se la politica ambientale non fissa un limite all’antropentropia, di natura potrà esistere solo quella artificiale.

Ovviamente il limite non deve essere temporaneo (come i periodici piani regolatori che non fanno altro che differire l’agonia naturale), ma assoluto. Se per esempio in Italia il limite attuale è S=200 (in mq; è solo una stima che tiene conto delle strutture private e di quelle pubbliche) e N=60 milioni, A varrebbe 1,2*1010 una politica seria potrebbe portare il valore da 1,2 a 1,5 (ma potrebbe anche scendere a 1!), ma non per 5 o 10 anni. Per sempre!
Solo studiando l’antropentropia e fissando limiti assoluti non trattabili, localmente e globalmente, si potranno ottenere risultati concreti. Altrimenti, tanto vale depredare la natura delle poche risorse che ancora ha.

Fantasticavo sulla notizia della prossima uscita di uno smartphone con processore dual-core e piattaforma android.

Fantasticavo su un futuro prossimo dove scrivevo:

matlabpool open 2

parfor (i=1:N)

etc.. sul Matlab del telefonino

Fantasticavo ricordando uno slogan che era scritto sulla mia prima calcolatrice (una Sharp??): Non usarla per  scopi bellici!!!

Fantasticavo sul fatto che l’Italia è completamente tagliata fuori da tutti questi settori (nemmeno più il design…)  e sono tornato alla triste realtà…

da un opuscolo della Vestas ricopio:

L’utilizzo su larga scala dell’energia rinnovabile potrebbe dipendere dalla capacità di immagazzinare l’elettricità

di Charles Butcher

L’elettricità è sfuggente: è invisibile ed è quasi impossibile da accumulare, salvo che non venga convertita in un’altra forma di energia. Molti sono gli esperti convinti che il vento e le altre fonti rinnovabili potranno spiccare definitivamente il volo solo se si riuscirà a trovare un sistema efficace per immagazzinare l’elettricità. Le opportunità che si prospettano in questo senso e la necessità di sviluppare batterie in grado di soddisfare la fame di energia degli apparecchi elettronici, hanno contribuito a un vero e proprio boom delle attività di ricerca e sviluppo sugli accumulatori di energia.
“Il vento è imprevedibile. Le variazioni di energia possono verificarsi in una scala temporale che va da pochi secondi a giorni”, sottolinea Claus Nygaard Rasmussen, ricercatore che studia i sistemi di accumulazione di energia all’Institute of Energy Technology dell’Università di Aalborg, in Danimarca. Ciò significa che le società elettriche dovranno essere in grado di far fronte sia ai cali di tensione della durata di pochi secondi o minuti, sia alle variazioni che si protraggono per ore o giorni.
“È importante fissare un orizzonte temporale di un’ora”, continua Claus Nygaard Rasmussen. “Sessanta minuti sono infatti l’unità minima di tempo in base a cui viene commercializzata l’elettricità, ed è una misura compatibile con le batterie attualmente esistenti. I nostri studi dimostrano che con una capacità di stoccaggio del 30% si ottengono ottimi risultati”, afferma.
“Una turbina eolica da 2.0 MW, ad esempio, genera in media 800 kW di energia. Se aggiungiamo una batteria con una capacità di 240 kWh e una potenza nominale di 800/1.200 kW, le probabilità di riuscire a fornire 800 kW di energia nell’ora successiva sono molto alte”. Secondo Claus Nygaard Rasmussen, questo genere di garanzia è fondamentale per le società elettriche, che potrebbero passare alle rinnovabili e decidere di chiudere gli impianti a combustibili fossili.

Per quanto riguarda i vantaggi a breve termine, lo stoccaggio consente alle centrali eoliche di aumentare la produzione in tempo utile per fronteggiare i picchi di domanda energetica.
“Contrariamente alle installazioni eoliche e solari,le centrali elettriche convenzionali dispongono di riserve da impiegare per gestire questo tipo di situazioni”, afferma Henrik Vikelgaard, esperto in accumulatori di energia di Vestas.

“L’energia eolica diventerà più appetibile agli occhi delle società elettriche se sarà possibile garantire la stabilità della frequenza in rete mediante lo stoccaggio”.
I costi rimangono comunque un ostacolo, anche per lo stoccaggio a breve termine. Claus Nygaard Rasmussen ritiene che una batteria agli ioni di litio da 240 kWh pensata per una turbina eolica da 2.0 MW peserebbe all’incirca 1,5 tonnellate e costerebbe quasi quanto la stessa turbina. “Se il prezzo delle batterie non si riduce della metà o di un terzo rispetto al costo attuale, il valore dell’energia eolica dovrà raddoppiare”,
sostiene.
Aumentare la capacità di stoccaggio fino a sei o otto ore di autonomia e quindi gestire le variazioni della domanda tra giorno e notte, è anche più costoso. “Intervalli di autonomia più lunghi”, fa notare Claus Nygaard Rasmussen, “accrescerebbero, tuttavia, il valore dello stoccaggio, in quanto garantiscono maggiore flessibilità alle società e agli operatori della rete elettrica”.
“Per questi ultimi lo stoccaggio costituisce già di per sé un sistema conveniente per aumentare l’affidabilità della rete e rinviare gli investimenti per l’installazione di nuova capacità”, sottolinea Brad Roberts, presidente di Electricity Storage Association e consulente del Dipartimento dell’Energia statunitense. La sua azienda, S&C Electric Company, collabora alla sperimentazione di una batteria sodio-zolfo da 1MW con
una capacità di 7 MWh, che sta immagazzinando l’energia generata da un parco eolico da 12 MW.
La sperimentazione, condotta in Minnesota, rientra nell’ambito del progetto “Wind-to-Battery” di Xcel Energy e durerà un anno.
La figura 1 mostra come diverse tecnologie di stoccaggio siano combinate tra loro.

Per ciascuna è indicata l’energia che possono fornire (misurata in MW) e la capacità (misurata in MWh, in altre parole per quanto tempo sono in grado di sostenere un dato output energetico). Stando agli esperti, alcune di queste tecnologie, in particolare
quelle relative alla regolazione delle variazioni a breve termine, potrebbero essere pronte per la commercializzazione nei prossimi cinque anni.

Lo stoccaggio su larga scala è possibile…grazie alla Terra

Al momento, i problemi legati alla natura intermittente dell’energia eolica vengono spesso appianati dalle centrali elettriche alimentate a combustibili fossili oppure con energia importata ,che viene “pagata” non appena il vento ricomincia a soffiare.
Un’altra opzione consiste nel convertire l’energia eolica in eccesso in idrogeno da utilizzarecome combustibile per i veicoli e le centrali elettriche. Purtroppo anche l’idrogeno è difficile da immagazzinare e richiede una visione politica forte capace di incoraggiare le società elettriche ad abbracciare questa scelta.

La soluzione più immediata al problema dello stoccaggio dell’elettricità, tuttavia, ce la fornisce la geologia. In superficie, nelle zone montuose si può utilizzare un sistema di stoccaggio delle riserve idriche che sfrutta l’elettricità in eccesso o la fascia off-peak (ore notturne) per pompare l’acqua a un invaso situato più a monte. L’efficienza di round-trip (ovvero di andata e ritorno) dell’acqua pompata è pari al 70-85%; la capacità di questo sistema di produrre energia nel giro di pochi secondi lo rende una perfetta integrazione alle altre fonti rinnovabili. Gli Stati Uniti possiedono circa 20 GW di energia immagazzinata con il sistema di pompaggio, e l’Unione Europea circa 32 GW.

Nel sottosuolo, l’elettricità in eccesso può essere usata per pompare aria nelle caverne o nelle fenditure rocciose utilizzate come depositi per il gas naturale. Nei momenti di bisogno, l’aria compressa alimenta le turbine collegate ai generatori. Poiché la compressione sprigiona calore che deve essere rimosso e in seguito reimmesso durante la fase di
espansione, l’efficienza di un sistema di accumulo energetico ad aria compressa (CAES) è solitamente inferiore al 50%, ma è pur sempre una tecnologia comprovata. Esistono due impianti CAES, uno in Germania (Huntorf) e uno negli Stati
Uniti (McIntosh, Alabama). Alcune società, come l’americana Energy Storage and Power, stanno progettando di costruire nuovi impianti CAES più efficienti.


Le soluzioni di ricerca e sviluppo ideate nell’ambito dell’accumulo energetico su larga scala comprendono sistemi basati sul pompaggio di acque sotterranee (miniere e falde acquifere), enormi contenitori in plastica contenenti aria compressa ancorate al fondale marino e l’accumulo di calore per migliorare le prestazioni dei sistemi ad aria compressa. Negli Stati Uniti, General Compression e Mechanology stanno lavorando a dei compressori da montare direttamente nelle navicelle delle turbine eoliche.

La giusta chimica per le batterie

Per intervalli di tempo più limitati, le batterie forniscono una riserva di elettricità flessibile anche senza ricorrere alla geologia. A partire dal tradizionale accumulatore ricaricabile piombo-acido, i rapidi progressi ottenuti in questa area di ricerca hanno permesso lo sviluppo di oltre una decina di tipi diversi di batterie, comprese quelle agli ioni di litio, la pila zinco-aria e la batteria sodio-zolfo.
Per il momento gli accumulatori piombo-acido reggono la competizione con gli ultimi modelli, ma hanno una scarsa densità energetica e una breve durata. Secondo Lars Barkler della società danese Lithium Balance, produttrice di sistemi di gestione elettronica in grado di massimizzare le prestazioni degli accumulatori, le batterie agli ioni di litio possono essere ricaricate più volte e offrono una più alta densità energetica rispetto a qualsiasi altra batteria attualmente in commercio.
Ma le batterie agli ioni di litio non sono tutte uguali. L’elemento chimico più diffuso, utilizzato anche nei computer portatili o telefoni cellulari,è l’ossido di litio e cobalto. La batteria al fosfato di litio, ferro e magnesio (LiFeMgPO4), invece, ha una densità energetica inferiore ma una durata superiore, soprattutto nel caso di applicazioni stazionarie e, secondo quanto sostiene Colin Spence, responsabile applicazioni stazionarie per la compagnia americana Valence Technology, è anche sostanzialmente più sicura. Grazie alla batteria agli ioni di litio, Valence ha fornito una
capacità pari a oltre 70 MWh che ha poi trovato applicazione in diversi settori commerciali, soprattutto quello dei veicoli elettrici. Nel caso di applicazioni stazionarie, la società è in grado di fornire una vasta gamma di moduli e di trasportarli per mezzo di container standard.
“Un container da 12 metri può stoccare una capacità di circa 2 MWh”, afferma Spence, “e un’erogazione massima di 4 MW”. Il costo è di circa 1-1,2 milioni di dollari per MW, di cui due terzi coprono le batterie e un terzo i componenti elettronici.

James McDougall, CEO della rivale ReVolt, è convinto che la tecnologia zinco-aria sviluppata dalla sua società abbia una capacità molto più elevata e migliori caratteristiche di sicurezza e convenienza rispetto alle batterie agli ioni di litio.
ReVolt, nel mirino degli investimenti della società tedesca specializzata in rinnovabili RWE Innogy, ha annunciato di aver risolto i problemi legati alle precedenti versioni ricaricabili delle comuni batterie zinco-aria, molto utilizzate negli apparecchi di
supporto acustico. “Prevediamo di lanciare le unità pilota per l’alimentazione di grandi dispositivi entro tre o cinque anni”, afferma McDougall.
“Le batterie sodio-zolfo (NaS), se utilizzate a una temperatura di 300°C, offrono il triplo della densità energetica degli accumulatori piombo acido e una durata pari a 2.500 cicli”, sostiene NGK Insulators. La società ha recentemente fornito sistemi sodio-zolfo da 1 MW a un deposito di autobus di New York e ha avviato un impianto sperimentale da 34 MW nei pressi di una centrale eolica in Giappone (cfr. fig. 2). “Un’unità NaS da 1
MW con una capacità di 7 MWh è grande quanto tre container da 6 metri”, spiega Henrik Vikelgaard di Vestas.

Ampliare l’orizzonte delle batterie

Le batterie tradizionali, a prescindere dalla loro composizione chimica, sono delle unità autonome in cui energia e capacità sono strettamente correlate.
Le batterie a flusso, conosciute anche come batterie redox o celle a combustibile rigenerabili, spezzano questo legame raggiungendo l’obiettivo di capacità più elevate a prezzi più contenuti.
Queste batterie immagazzinano l’energia in un liquido elettrolita conservato in taniche di grandi dimensioni che viene pompato nella batteria secondo necessità.
Tra i principali produttori di batterie a flusso spiccano ZBB Energy Corporation (Stati Uniti), VRB Power Systems (Canada), Plurion (Regno Unito) e Cellstrom (Austria). VRB e Cellstrom utilizzano il vanadio, ZBB il bromuro di zinco, mentre Plurion si affida a un acido organico conosciuto con l’acronimo MSA, unitamente ad alcuni metalli come cerio, zinco e titanio.
“Al momento le batterie a flusso forniscono una quantità relativamente inferiore di energia e sono anche più costose”, dice Claus Nygaard Rasmussen. VRB, tra le pioniere delle batterie a flusso, è un esempio lampante del livello di competitività di questo nuovo mercato. Nonostante sia riuscita a conquistare una posizione di primo piano
in Giappone, dove sono già state installate alcune batterie sperimentali, lo scorso anno la compagnia si è vista costretta a licenziare gran parte dello staff ed è stata di recente acquisita dalla cinese Prudent Energy di Pechino.
Esistono altri tipi di accumulatori di energia apparentemente simili alle batterie ma in realtà del tutto diversi, come ad esempio gli ultracapacitori e i sistemi per l’accumulo di energia magnetica a superconduttori (SMES). Gli ultracapacitori utilizzano elettrodi in nano-carbone che immagazzinano direttamente l’elettricità anziché convertirla in energia chimica, così come farebbe una pila.
Sono ideali per fornire grandi quantità di corrente elettrica in breve tempo e, diversamente dalle batterie, possono essere ricaricate per milioni di cicli. Alcune aziende come la Honda utilizzano gli ultracapacitori nei veicoli elettrici per recuperare
l’energia dispersa in frenata.
I dispositivi SMES accumulano l’energia sotto forma di campi magnetici, sono resistenti e forniscono grandi quantità di elettricità per brevi periodi di tempo. Alcune società, come ACCEL in Germania e American Superconductor negli USA, producono SMES di scala MW impiegati nelle industrie sensibili – come quelle dei semiconduttori – per il condizionamento dell’energia, ma anche per facilitare l’avviamento di grandi motori elettrici.

I supervolani che accumulano energia cinetica

“I supervolani che accumulano energia cinetica sono resistenti, molto efficienti e offrono un’ottima operatività, nell’ordine di milioni di cicli”, afferma Damien Scott della società britannica Williams Hybrid Power (WHP). Realizzati in fibra di carbonio composita in cui sono conglobate particelle magnetiche, i supervolani di WHP sono in grado di operare sottovuoto fino a 40.000 rpm. Una versione di questa tecnologia verrà applicata alle vetture della scuderia Williams nel corso di questa stagione di Formula 1.

Le batterie montate all’interno del supervolano fungono al contempo da motore e generatore:l’energia elettrica viene rilasciata o accumulataa seconda che si voglia aumentare o diminuire lavelocità del supervolano. “L’efficienza elettrica di round-trip, escluse le perdite legate all’elettronica di potenza, è superiore al 90%”, afferma Scott.
WHP ha già testato un supervolano in grado di fornire 250 kW di energia e ha progettato una nuova versione da 500 kW.

Per aumentare l’erogazione di energia elettrica e i tempi di rotazione è possibile utilizzare più supervolani in parallelo. La società statunitense Beacon Power, ad esempio, ha in progetto la realizzazione di un “parco” da 200 supervolani in grado di produrre un totale di 20 MW in 15 minuti. In California e a New York, la società ha già
sperimentato impianti a supervolani multipli delle dimensioni di un container.

Fare incetta di vento

“Ci siamo interessati a tutte le tecnologie di accumulo dell’energia, ma per il momento non ci sono clamorosi passi avanti”, spiega Henrik Vikelgaard. “Stiamo collaborando con i ricercatori dell’università di Aalborg e di altri istituti, anche
statunitensi”.“In Vestas crediamo che trovare un sistema per accumulare l’energia è fondamentale per ottimizzare le prestazioni delle centrali eoliche e farle funzionare sempre più come le centrali elettriche tradizionali”, continua. “Ci permetterebbe,
inoltre, anche di rinviare ingenti investimenti per l’incremento della capacità della rete elettrica.

Se non riusciremo a superare l’ostacolo dello stoccaggio dell’energia, sarà molto difficile per il mondo raggiungere gli obiettivi di sviluppo delle fonti rinnovabili”.

Mi sto sempre più convincendo che:

  • lo stoccaggio di energia rinnovabile sarà cruciale per gestire l’impatto che ha sulla rete elettrica: verrà utilizzato per equilibrare domanda e offerta di energia elettrica e ridurre così l’utilizzo di centrali elettriche inefficienti per soddisfare la domanda di picco
  • nel prossimo futuro le pale eoliche non avranno il problema dell’impatto visivo: non saranno nulla al confronto dei sistemi di stoccaggio che ci saranno nei dintorni…
  • l’Italia sta ignorando completamente il settore dello stoccaggio di energia da fonte rinnovabile…

  • Accoppiare con sistemi di stoccaggio ad aria compressa, batterie ecc…gli impianti di energia rinnovabile sarà più sicuro, veloce ed economico che costruire centrali nucleari

Un’altra azienda che si sta muovendo in questo senso è la Isentopic:

Attualmente il modo più conveniente di stoccare grandi quantitativi di energia consiste nell’impiego di pompe idroelettriche. Il sistema messo a punto dagli ingegneri della Isentopic, invece, si basa su innovativo sistema composto da due silos, uno dei quali contiene roccia polverizzata come la ghiaia. L’elettricità prodotta dalle turbine verrebbe usata per riscaldare e far aumentare la pressione di un gas, l’argon, che invece è situato nel secondo silos. Nel momento in cui il gas passa da un sito all’altro si raffredda e raggiunge temperatura ambiente, mentre la ghiaia si riscalda fin oltre i 500 gradi. Quindi, una volta lasciato il primo sito, l’argon raggiunge il secondo e ritorna a una pressione naturale. Questo processo permette all’impianto di diventare una specie di grande refrigeratore, poiché la temperatura nel secondo alloggiamento, prima del gas e poi della ghiaia, raggiunge i -160 gradi. Quindi l’energia elettrica originariamente generata dalle pale eoliche viene immagazzinata sfruttando proprio la differenza di temperatura tra i due silos. Al contrario nei momenti di pausa degli impianti, per rilasciare l’energia immagazzinata, il ciclo viene invertito dal freddo al caldo. Isentropic ha annunciato che questo nuovo sistema a doppio ciclo prevedrà un rendimento, in termini energetici, dell’ 80%, ma, proprio a causa della scarsità di ghiaia, il costo per stoccare un kilowattora di energia grazie a questa “batteria gigante” si aggirerà tra i 10 e i 55 dollari.Storage Image

Uno dei problemi delle energie rinnovabili è la loro intermittenza: il fotovoltaico non produce energia di notte e l’eolico non funziona senza vento.

Per garantire le fornitura negli orari di punta  e fornire un apporto costante alla rete elettrica nel prossimo futuro una soluzione sarà quella di  accoppiare ai grossi impianti fotovoltaici o eolici enormi batterie come le batterie di tipo Nas (che contengono zolfo liquido all’elettrodo positivo e sodio liquido all’elettrodo negativo).

E sottolineo enormi batterie (come quelle nella foto) e vedrete che non ce ne importerà molto degli impatti visivi quando rimarremo vittima di qualche black-out e questa volta a causa di problemi post-picco petrolio (vedi la teoria di Olduvai)

Nella foto una batteria Nas per scongiurare black-out in Texas

Batterie di questo tipo vengono costruite dalla giapponese NGK Insulators e dal sito ho visto che possono essere modulate in serie per ottenere diversi MW di carico e durano oltre 15 anni.

qui sotto ho caricato su youtube un video promozionale del loro funzionamento:

Altre volte ho parlato di sistemi per garantire forniture continue da parte delle rinnovabili come sistemi di stoccaggio ad idrogeno realizzati in Germania o ad aria compressa.

Quindi un business che l’Italia sta quasi completamente ignorando è il settore dello stoccaggio dell’energia che sta diventando sempre più importante: un esempio è questa start-up USA (la SustainX finanziata dal Dipartimento dell’energia americano ) che sta lavorando per la produzione di container- batterie di aria pressurizzata attraverso innovativi sistemi  di compressioni isoterme e non adiabatiche.

Ispirato da Report ho caricato il video inglese sulla sicurezza stradale.

Attenzione le immagini sono molto forti: quindi fatelo vedere a più persone possibili

di seguito lo spot della Cagnotto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti della campagna sulla sicurezza stradale:

E finiamola con sto’ perbenismo del ca….!!!

PS: Vedi l’Ipocrita

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